Forme e colori nelle fiabe. Il nuovo libro di Irene Guerrieri

A impedirci di dimenticare le fiabe è la semplicità che rende misteriosamente reali e vicine le loro figure: c’è un’immagine capace di darci coraggio quanto una mantellina rossa che se ne va allegra nel buio del bosco? E la paura, se potessimo vederla, non avrebbe forse un muso appuntito di lupo? Invitando il lettore a seguire un metodo basato sull’osservazione e la sintesi (e a chiedere aiuto al bambino che è in lui), questo libro insegna a riconoscere le forme, i colori e i simboli attraverso cui da sempre la fiaba ci parla e a trasformarli in qualcosa di ancora più universale: in giochi e giocattoli per bambini di ogni età”.
Basterebbero queste poche parole a restituirci il senso e a invogliarci a leggere il nuovo libro di Irene Guerrieri “Forme e colori nelle fiabe. Come da un racconto può nascere un gioco” edito da Erickson.

L’autrice, che è anche docente nel corso di specializzazione in Toys Design di Italian Design Institute, ci conduce in viaggio fatto di “buio e luce, con la magia e la ricerca, la gioia e il pericolo che diventano oggetti da manipolare, regole da rispettare, percorsi incantati da fare, disfare e rifare… Con la certezza che, come di solito accade quando ci si trova sotto il cielo della fiaba, ogni cosa alla fine avrà un significato. Anche e soprattutto la più semplice”.
Romana, architetto, Irene Guerrieri si è laureata nel 1992 con una tesi in disegno industriale sulla progettazione di un parco per bambini ispirato alla favola di Pinocchio. Dedica le sue ricerche e la sua intera attività professionale allo studio del design, con particolare attenzione al design per l’infanzia e del gioco educativo, e con aziende leader nel settore sia in
Italia che all’estero ha realizzato e realizza moltissimi prodotti presenti sul mercato globale, vincendo numerosi premi e partecipando a mostre internazionali.
Docente in design del giocattolo, tiene seminari e workshop presso università e scuole di specializzazione. Come linguaggi espressivi predilige la pittura e l’illustrazione. È autrice del libro Il giocattolo e il suo design. Dal concept alla realizzazione. Una guida per il progettista (FrancoAngeli, 2021).

L’abbiamo incontrata per farci raccontare del suo libro, del suo lavoro e della sua passione per i gioco quale esperienza educativa fondamentale per la vita di ognuno. Abbiamo anche constatato con enorme soddisfazione che il lavoro di due ex allievi del corso IDI di Toys Design hanno partecipato attivamente con dei loro progetti alla realizzazione del volume.

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Ci racconta brevemente il suo ultimo libro?
Il mio libro introduce un metodo di lavoro che parte dall’analisi della fiaba, quale strumento educativo, che si può leggere attraverso il riconoscimento delle forme e dei colori presenti in essa, per poi tradurre questa analisi in una esperienza di progetto di un giocattolo. Dopotutto quale linguaggio più idoneo, se non quello presente nella fiaba, da cui attingere per poter visualizzare concetti educativi applicabili ad una attività ludica? Come dico spesso quando mi rivolgo ai miei studenti: la fiaba rappresenta uno strumento del mestiere molto importante per poter trovare il linguaggio giusto, formale e cromatico, con cui rivolgersi ai bambini. Un designer di giocattoli non può fare a meno questo utile strumento. Si parte dunque dalla fiaba per impostare un progetto, per poi distaccarcene, se lo troviamo opportuno, in fase di sviluppo. La fiaba rappresenta un punto di partenza ma anche un mondo in cui lo stesso designer necessita ritrovare la sua anima bambina, per riappropriarsi del linguaggio idoneo da utilizzare per impostare il suo progetto. Partiamo dalla fiaba dunque per arrivare al progetto, dove gli elementi, se ben visualizzati, costituiscono le giuste pedine con cui muoverci. Progettare, dopotutto, vuol dire visualizzare un’idea, dare sfogo all’immaginazione, la quale prende spunto da concetti ricevuti in precedenza. E quali concetti migliori di quelli che ci hanno trasmesso le fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia, e che perciò sanno risvegliare il nostro bambino interiore, e insieme a lui la nostra creatività? Il libro offre quindi un metodo al quale è necessario affiancare una buona capacità di ascolto agli stimoli che la fiaba offre e anche una certa sensibilità. Durante i miei corsi di design del giocattolo ho incontrato buoni osservatori, capaci di ascoltare i propri sensi e di dare spazio all’immaginazione; con loro è stato facile tradurre i contenuti delle fiabe in forme e colori da collocare nello spazio e nel tempo e da utilizzare per dare vita a un progetto di gioco educativo.

Come nasce il gioco da un racconto? Qual è il processo che ne è sotteso?
Mi piace leggere le fiabe da punto di vista visivo, coglierne le forme e i colori che le caratterizzano, raggiungere una sintesi formale degli elementi che le compongono per poi giocare con questi per una rilettura creativa del racconto, o anche semplicemente per ottenere delle composizioni nuove che suggeriscono altre attività. Ci vuole una osservazione creativa, per cogliere le parti di un insieme, riconoscere la struttura logica che le lega, e restituire l’analisi in termini di forme e colori appropriati che stanno alla base di un progetto dedicato ai bambini. Gli elementi così individuati si trasformano in figure bidimensionali o tridimensionali, i colori aiutano la collocazione, e così nasce il gioco, ispirato da una narrazione. Progettare vuol dire visualizzare un’idea che prende spunto da concetti ricevuti in precedenza. E quali concetti migliori di quelli che ci hanno trasmesso le fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia? Un buon progettista di giocattoli non può non tenerne conto e non considerare la fiaba quale indispensabile strumento del mestiere. Il processo parte dalle immagini che ritroviamo in essa, da cui invito a cogliere la geometria, le regole, la struttura e i colori che servono a dare vita al design di un gioco.

Quanto è importante il gioco oggi per i ragazzi e per gli adulti e quanto sono importanti le storie?
Ognuno di noi ricorda ancora il piacere che ha provato da bambino nell’ascoltare un adulto raccontargli una fiaba; e forse il ricordo di quel piacere ha fatto nascere in lui il desiderio di ripetere il gesto, di raccontare a propria volta a un bambino la storia che ha conservato dentro di sé, o altre nuove storie, per rievocare e rivivere un’esperienza così cara. È una ruota che gira di continuo e che ha molti significati, legati soprattutto alla voglia di stare insieme condividendo immagini e sogni. Le fiabe classiche contengono molti elementi che ci aiutano a soddisfare questa esigenza, facendoci sognare e fantasticare. Il gioco nasce sempre intorno ad una narrazione, la sua ambientazione è racconto e ritrovamento di messaggi interiorizzati. Il gioco e la fiaba sono importanti momenti di relazione tra adulto e bambino, in cui l’adulto si riallaccia al proprio io bambino. Possiamo definirlo un momento di legame e di ascolto, di fantasia e sogno. Un momento di cui tutti abbiamo, o abbiamo avuto, bisogno. C’è una necessità inconscia di soddisfare il nostro potenziale immaginativo e di intessere una comunicazione fatta di rappresentazioni fantastiche: questo ce lo offrono la fiaba e il gioco.

Qual è la fiaba alla quale è più legata e perché?
La fiaba a cui mi sento più legata è quella di Cappuccetto Rosso, per i suoi colori, in particolare per il colore rosso vivo, in contrapposizione al nero del lupo, e anche per la presenza della casa e del bosco: la casa quale rappresentazione di un luogo di partenza e di arrivo, e il bosco quale luogo dove si svolge il viaggio, dove si possono incontrare bellezze e pericoli. Vorrei soffermarmi sull’analisi formale e cromatica degli elementi della fiaba, che costituisce la proposta di questo libro. Per rappresentare Cappuccetto Rosso ho scelto la forma geometrica del triangolo che mi ricorda il suo cappuccio o la sua mantellina, e come colore ovviamente il rosso, ma che può diventare anche, blu, verde, giallo, come ci insegna Munari, che non pone limiti all’espressione della fantasia. Il triangolo rosso ci rimanda ovviamente anche ad altre immagini, ma per me rimane la sintesi ottimale per rappresentare il personaggio principale di questa fiaba, e ovviamente il triangolo è una figura geometrica interessante capace di dar vita a composizioni varie, se ben collocato con altri elementi. Anche il lupo può essere rappresentato con un triangolo, ma con la punta in giù, nero e appuntito, così da trasmettere il concetto di pericolo. Così da una semplice figura geometrica, come quella del triangolo, possono scaturire molte altre idee, che danno vita al gioco, un gioco che si compone di forme e colori, di composizioni spontanee o guidate, ma che corrispondono ad un filo conduttore che è quello legato alla narrazione.

Design, progettazione e narrazione: come si armonizzano questi tre concetti?
Tre concetti a me molto cari, in continuo dialogo tra loro. Il design è il risultato di un percorso progettuale che prende il via dalla narrazione. il vero designer è un osservatore che sa attingere dalla realtà che lo circonda le immagini che lo stimolano e sa attribuire loro un valore comunicativo. Attinge in particolare dalla natura, la «benzina» della propria creatività, e trova nella fiaba e nella narrazione la soluzione creativa. Quando disegniamo un triangolo, associamo a quella forma una serie di immagini che troviamo nella nostra memoria. Se lo disegniamo rosso, ritornano a noi solo alcune delle immagini pensate prima: il campo si restringe. Se disegniamo un pallino su un foglio, vediamo solo un pallino, se ne disegniamo tre, vediamo anche un triangolo. Se compiamo l’analisi in senso inverso, ovvero partendo dall’immagine, individuiamo una serie di figure geometriche di semplificazione dell’immagine, e ci accorgiamo che giocando con esse possiamo ricavare molte altre narrazioni e combinazioni che possono spiegare i contenuti del racconto. Allo stesso modo in cui si può immaginare visivamente una storia ricavandone gli elementi per un gioco, giocando con le immagini si possono ricavare contenuti narrativi. Il gioco nasce infatti, proprio come la narrazione, dalla relazione delle figure tra loro, e dalla sintesi formale che operiamo sugli elementi. Tutto questo presuppone un lavoro di progettazione che contraddistingue il designer.

Pittura e illustrazione sono i suoi linguaggi espressivi preferiti…perché? Cosa le permettono di fare?
Ho iniziato a dedicarmi alla pittura e all’illustrazione prima di diventare architetto. L’arte figurativa in generale ha accompagnato la mia formazione e continua ad affiancare la mia professione. Trovo che attraverso di essa l’uomo possa esprimere la sua essenza e restituire un’interpretazione individuale di ciò che lo circonda. Come per la progettazione, la pittura e l’illustrazione richiedono un’attenta osservazione della realtà prima di poterla reinterpretare in un linguaggio compositivo e cromatico che prende ispirazione dalle diverse suggestioni ricevute. L’animo umano è come una spugna: assorbe tutto ciò che vede con sensibilità ed estremo bisogno di riceverne nutrimento, per poi restituirlo in prodotti artistici unici e irripetibili. La pittura e l’illustrazione permettono questo. La differenza tra le due attività è che mentre l’una s’interessa della produzione di un’opera assolutamente unica, la seconda si interessa anche della sua riproducibilità, tenendo conto del suo ruolo descrittivo e comunicativo, teso a interpretare la scena di una narrazione e per guidare il lettore nell’immaginazione dei fatti. Mentre la prima è più libera, e in un certo senso più terapeutica, la seconda è più guidata e inserita in un percorso, che è quello narrativo. In entrambe le attività trovo la bellezza del giocare con le forme e i colori che preparo a mia disposizione, nonché con la materia dei pigmenti e dei supporti che accolgono la mia opera.

I corsisti del corso di Specializzazione in Toys Design di Italian Design Institute, a seguito della sua formazione, sono riusciti a dare voce alla loro creatività?
I corsi che realizzo con l’IDI sono corsi intensivi che prevedono una fase d’aula e una fase individuale di sviluppo del progetto impostato in aula. Gli studenti partecipano con molta passione alle mie lezioni, ed il primo passaggio importante che fanno è quello di ritornare a dialogare con il proprio bambino interiore. Questa è una tappa imprescindibile per chi vuole diventare un designer di giocattoli, perché il linguaggio progettuale da adottare deve essere semplice, chiaro, e deve tenere conto delle esigenze dei più piccoli. Si può ottenere questo se ci si mette dalla loro parte e se ci si esercita a guardare le cose con i loro occhi, con la curiosità e il bisogno di scoperta tipici dei bambini. Ho incontrato studenti ottimi osservatori, animi sensibili, e sufficientemente bambini, che hanno dato vita a processi creativi molto interessanti. Alcuni di loro sono stati premiati con la messa in produzione dei loro progetti, nati in aula, da parte di aziende operanti nel settore da me indicate loro. Il corso che svolgo con l’IDI ha una concretezza tangibile, confermata negli anni. Le aziende partner che affiancano lo svolgimento, vengono da me invitate come testimonianza della realtà produttiva, ma anche per lanciare agli studenti un tema su cui lavorare, che riguarda una loro particolare e temporale ricerca, e sul quale desiderano ricevere idee. Quindi gli studenti vengono invitati a impegnarsi e a sviluppare il loro progetto su una richiesta concreta, e questo risulta molto stimolante e arricchente. Alla fine del percorso ciascuno studente riceve una revisione completa del lavoro da parte mia, e una indicazione di aziende a cui poter inoltrare il progetto, in aggiunta all’azienda partner che ha lanciato il briefing.

Qual è e quale deve essere, oggi, il ruolo di un designer che ha a che fare con il mondo dei ragazzi?
Il designer deve prima di tutto essere un bravo osservatore, saper cogliere la realtà che lo circonda e le esigenze primarie dei destinatari dei suoi progetti. Il suo ruolo è anche quello di educatore, perché un buon progetto per bambini non può non tenere conto delle naturali esigenze di crescita, di sviluppo e di apprendimento. Preferisco infatti parlare di “giocattolo educativo”, piuttosto che usare il termine generico di “giocattolo”. Specificare infatti che un giocattolo è educativo presuppone di non dimenticare questo aspetto importantissimo. I ragazzi infatti non necessitano di giocattoli, se non per poter apprendere qualche concetto attraverso di essi, o per sviluppare qualche abilità. La manipolazione e l’utilizzo di oggetti giocattoli deve avere sempre una finalità educativa, dalla quale il progettista non può esimersi. In questo ruolo il designer deve individuare correttamente il linguaggio da utilizzare, e semplificare al massimo ogni idea creativa, lasciando anche una certa apertura al gioco, e facendo in qualche modo “completare il progetto” al destinatario stesso della sua proposta. In termini semplici ogni gioco dovrebbe avere più possibilità di utilizzo e stimolare creatività progettuali anche in chi lo utilizza. Compito del designer è quindi lanciare la proposta aperta, e la risposta del destinatario deve concretizzarsi in un utilizzo creativo e stimolante del prodotto, in modo che l’oggetto possa stimolare nuove abilità.

Cosa serve per diventare un toy designer?
Per diventare toy designer occorre una buona predisposizione al gioco, un’attenta osservazione dei destinatari delle proposte, ovvero i bambini, e una capacità di saper vedere le cose dal loro punto di vista. Ovviamente poi ci vogliono buone idee, e capacità di saperle visualizzare. Non è un lavoro semplice, ma può appassionare moltissimo in chi ci crede. Dopotutto dedicare il proprio tempo alla creazione di oggetti per i bambini, è un po’ un “prendersi cura dell’uomo”, della sua crescita, della sua formazione, dello sviluppo delle proprie abilità.

Com’è cambiato il modo di giocare oggi?
Il mondo in cui viviamo non è facile, la vasta proposta di giochi tecnologici perfettamente confezionati offerta oggi dal mercato, limita fortemente le potenzialità innate dei bambini, che invece sono enormi e necessitano di essere sviluppate. Oggi si gioca maggiormente seduti, per lo più davanti ad uno schermo, inchiodati ad una tastiera, o manovrando piccoli tasti di un joystick, con conseguente tendenza all’isolamento e alla percezione di una realtà distorta. Questa tendenza non sta aiutando i bambini a tirare fuori il meglio di sé, ma li appiattisce e li uniforma, lasciando il potere manipolativo in mano ad importanti marchi commerciali. Uscire da questo sistema non è facile, ma qualcosa si può fare: un progettista che ha a cuore i suoi destinatari ha il dovere di produrre bellezza e far circolare proposte intelligenti sul mercato, che non stimolino unicamente la motricità fina legata all’utilizzo di piccoli tasti, ma anche la socialità, l’attività all’aria aperta, la relazione, la comunicazione, lo sviluppo di abilità cognitive ed emozionali, non vincolate unicamente allo schermo. La differenza sta proprio tra gioco analogico e digitale: non possiamo abbandonare il primo, anche se non possiamo non fare i conti con il secondo.

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