Sara Conforti a Dressing the Future: quando l’abito diventa archivio, memoria e possibilità

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In un’epoca in cui la moda sembra spesso scivolare verso il consumo rapido e l’estetica istantanea, il lavoro di Sara Conforti Hòfer ricorda che l’abito può essere molto di più: un archivio di memorie, un dispositivo di relazione, un gesto politico. Artista e ricercatrice, porta avanti da oltre dieci anni il progetto Centosettantaperottanta, con cui esplora la dimensione etica, culturale e affettiva del tessile, intrecciando corpo, memoria e collettività.

A Dressing the Future, l’evento targato IDI a Cascina Cuccagna a Milano, Sara Conforti Hòfer introduce il pubblico in questo universo di narrazioni intime e condivise, offrendo uno sguardo radicale e poetico sulla moda come pratica di cura, consapevolezza e trasformazione.

L’abito come archivio sensibile

Alla base della ricerca di Conforti Hòfer c’è la convinzione che la moda abbia un “centro vuoto”, uno spazio da riempire con consapevolezza e responsabilità. L’artista racconta come ogni gesto di vestizione sia un atto morale e politico, capace di resistere alla compulsione del fast fashion e di restituire profondità alle nostre abitudini quotidiane.

Con i workshop itineranti di Centosettantaperottanta, avviati nel 2012 in collaborazione con il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli, indaga l’universo femminile e la memoria contenuta negli abiti d’affezione: capi logorati dal tempo, camicie appartenute a persone care, vestiti che custodiscono viaggi, perdite, ricorrenze, felicità.

Ogni incontro diventa un’“autopsia affettiva”, un percorso di autoanalisi in cui l’oggetto vestimentario si trasforma in lente attraverso cui rileggere sé stessi e il proprio vissuto. Le singole storie si intrecciano e formano un nuovo immaginario collettivo, un patrimonio condiviso in cui dolore, gioia e resilienza trovano espressione comune.

La narrazione partecipata come gesto di sostenibilità

Nel lavoro di Sara Conforti Hòfer, la sostenibilità non è solo una scelta tecnica: è un gesto emotivo e culturale. Riattivare un capo d’affezione, ascoltarne la storia, cucirgli intorno nuove narrazioni significa opporsi alla logica dell’usa e getta e riconoscere il valore dello stare insieme.

Nei workshop, la condivisione diventa forma di rigenerazione:
— una donna mostra una camicetta appartenuta alla madre;
— un’altra ritrova nella stoffa un ricordo simile;
— un’altra ancora annoda alla trama una memoria personale.

Gli abiti, così attraversati e rielaborati, smettono di essere semplici oggetti: diventano materia viva, veicolo di identità, luogo di cura.

La dimensione performativa: 13600 Hz – Concerto per macchine per cucire

Dal percorso partecipativo nasce anche 13600 Hz – Concerto per macchine per cucire, progetto performativo avviato nel 2013. Ogni edizione è un Tableau Vivant: un paesaggio sonoro e corporeo in cui le partecipanti dei workshop danno forma performativa alle loro indagini personali.
La ripetizione dei gesti di cucitura si fa denuncia poetica delle distorsioni del fashion system, ma anche celebrazione della manualità e della presenza femminile.

Centosettantaperottanta – What Comes First? – Il taccuino come archivio collettivo

Durante la pandemia, Sara è stata invitata da Moleskine Foundation a creare un taccuino d’artista per la collezione AtWork, e contemporaneamente dalla XIII Florence Biennale come Guest of Honour. Da queste due esperienze intrecciate nasce l’installazione Centosettantaperottanta – What Comes First?

Il taccuino Moleskine diventa strumento di raccolta e cura: spedito, compilato e restituito da 70 partecipanti, è un contenitore di ricami, parole, fotografie, frammenti di abiti e di vita.
Una prassi “tassonomica” che trasforma ogni taccuino in mappa sensibile di un percorso identitario, restituendo al pubblico – tra Torino e Firenze – un archivio corale di memoria condivisa.

Il progetto è stato successivamente esposto al Palais de Tokyo di Parigi e all’Osservatorio del One World Trade Center di New York all’interno della mostra Moleskine Detour 2.0, accanto a opere di Tord Boontje, Hans Ulrich Obrist, Francis Kéré, Nicholas Hlobo, Sue Williamson e Sigur Rós.

Il valore del processo collettivo

Per Sara Conforti Hòfer, la collettività è il luogo in cui l’abito si rigenera simbolicamente. Un capo racconta qualcosa quando viene osservato da chi lo ha indossato; racconta molto di più quando viene attraversato dallo sguardo e dalla memoria di molte persone.

In questo processo lento e stratificato, il tessile diventa corpo, voce e possibilità. L’oggetto torna alla sua proprietaria arricchito dalle storie condivise, trasformato: un nuovo nodo di senso tra intimo e politico, tra persona e comunità.

Un nuovo modo di pensare l’indossare

La presenza di Sara Conforti Hòfer a Dressing the Future invita a esplorare la moda non come prodotto, ma come linguaggio. Non come tendenza, ma come archivio. Non come semplice estetica, ma come gesto relazionale.

Il suo lavoro mostra come l’abito possa diventare strumento di rigenerazione culturale, pedagogica e identitaria, accompagnando la costruzione di un futuro più consapevole, condiviso e sostenibile.

In un momento in cui il settore moda è chiamato a reinventarsi, la sua ricerca ci ricorda che ogni filo – se ascoltato con cura – può aprire a nuove possibilità di relazione, comunità e immaginazione.

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