Ripensare la moda attraverso il fare: la visione progettuale di Zoe Romano

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In un’epoca in cui la moda è chiamata a riformulare ritmi, filiere e responsabilità, la voce di Zoe Romano emerge come una delle più lucide nel panorama italiano del design contemporaneo. Attivista, designer e pioniera del craftivism, Romano mette in dialogo estetica, tecnologia e politica con la stessa naturalezza con cui si intrecciano i fili di un telaio. Ricamo, cucito e tecniche tessili assumono, nel suo lavoro, la forma di strumenti culturali capaci di riportare nel discorso pubblico pratiche troppo spesso relegate all’invisibilità domestica.

La sua ricerca attraversa open design, fabbricazione digitale e nuovi modelli distributivi, immaginando un’economia della moda agile, cooperativa e distribuita. Il corpo diventa superficie politica, i capi strumenti di autodeterminazione, la tecnologia un mezzo di riappropriazione collettiva. Romano ci invita così a ripensare la formazione, il ruolo dei designer e la cultura del fare, ricordandoci che ogni evoluzione realmente sostenibile passa attraverso la consapevolezza economica e sociale dei sistemi in cui operiamo.

Craftivism: quando il gesto artigianale diventa azione politica

Il craftivism agisce come pratica di riappropriazione dello spazio pubblico: portare ricamo, maglia, cucito in piazze, musei o strade è un gesto che sovverte la tradizionale collocazione di queste tecniche nel privato domestico. Come ricorda Romano, dalla metà dell’Ottocento molte pratiche tessili sono state femminilizzate e svalutate, trasformate da arti tecniche e simboliche a semplici passatempi.

Riportarle nello spazio collettivo significa restituire loro valore culturale e politico. Un capo modificato, rammendato o ricamato diventa un atto di autodeterminazione: un modo di raccontare storie, rivendicare diritti, contrastare l’obsolescenza programmata e recuperare saperi marginalizzati.

Dall’artigianato digitale all’Agile Fashion

Il termine “artigianato digitale” è spesso interpretato come una mera sostituzione tecnologica. Romano ribalta questa visione e mostra come la fabbricazione digitale non sia un semplice aggiornamento degli strumenti, ma un cambiamento strutturale dei modelli produttivi.

Tre sono gli elementi chiave:

1. Dalla logica push alla logica pull
Si produce solo ciò che è richiesto, superando lo spreco strutturale dell’invenduto. Il risultato è un modello più reattivo, più efficiente e più sostenibile.

2. I prodotti non viaggiano: viaggiano i file
La produzione diventa distribuita, riducendo trasporti, imballaggi e rischi di interruzione delle filiere globali.

3. Variabilità infinita senza costi aggiuntivi
La fabbricazione digitale consente personalizzazione e varianti parametriche senza l’onere tipico della produzione tradizionale. Romano definisce questo nuovo paradigma Agile Fashion — un modello né industriale né artigianale, ma trasversale, cooperativo e adattivo.

Formazione: perché non basta l’alfabetizzazione tecnica

Per Romano, la formazione nel design e nella moda deve superare la semplice addestramento all’uso degli strumenti. Non si tratta solo di imparare a usare una stampante 3D o un software di modellazione, ma di sviluppare una vera alfabetizzazione critica.

Una formazione completa deve includere:

  • l’analisi delle filiere e dei modelli di business;
  • la comprensione di chi cattura il valore lungo la supply chain;
  • la conoscenza dei meccanismi finanziari che influenzano le scelte creative;
  • l’esplorazione di modelli alternativi come cooperative, reti distribuite, economia circolare;
  • l’apertura a competenze tradizionalmente escluse dal discorso tecnologico, come maglieria o tessitura.

Senza questa consapevolezza, gli studenti rischiano di diventare utenti tecnici senza capacità progettuale sistemica, o designer creativi ma economicamente fragili.

Una “cassetta degli attrezzi” per i designer del futuro

Secondo Romano, le nuove generazioni devono acquisire strumenti per navigare — e trasformare — un sistema complesso: competenze tecniche, ma anche capacità analitiche, economiche, politiche. La cultura del fare non può prescindere dalla consapevolezza dei sistemi produttivi in cui siamo immersi, dei loro limiti e delle loro potenzialità.

Guardare avanti: il progetto Clotho

Tra le iniziative che incarnano questa visione c’è Clotho, progetto fondato da Romano nel 2020 per sviluppare tessuti sostenibili e di alta qualità con proprietà schermanti contro i campi elettromagnetici. Circular Clotho è il primo tessuto a ciclo chiuso con capacità protettive: un esempio concreto di come materiali, tecnologia e sostenibilità possano convergere in un modello produttivo più consapevole.

(Foto: Margherita Loba Amadio per Clotho.it)

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