Realtà aumentata: l’accelerazione avuta a seguito della pandemia

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Tecnologie immersive quali realtà aumentata e realtà virtuale non possono certo considerarsi una novità degli ultimi anni: risale al 1957 l’invenzione del Sensorama da parte di Morton Heilig, una macchina per il cinema in grado di trasmettere immagini stereo 3D e di generare parallelamente una serie di stimoli sensoriali, quali movimenti d’aria, vibrazioni ed odori.
Successivamente questi dispositivi si sono evoluti fino ad arrivare al boom degli anni ‘10 del 2000, quando sono entrati in gioco giganti del tech: Google, Facebook ad Amazon, che con investimenti “spaziali” hanno dato una spinta decisiva al miglioramento e alla diffusione di queste tecnologie.
Ma in tempi ancor più recenti un’ulteriore spinta è venuta sicuramente dall’epidemia di Covid 19: il distanziamento forzato e la diffusione dello smart working hanno costretto le aziende ad una forte accelerata lato digitalizzazione: molte di queste ad esempio hanno fatto ricorso a percorsi di training e formazione tramite dispositivi AR e VR, sfruttando le tecnologie immersive per superare le problematiche all’impossibilità di svolgere le esercitazioni in presenza e approfittando allo stesso tempo di condizioni di lavoro pressocché identiche a quelle reali senza alcun rischio lato sicurezza e con un notevole risparmio economico.

A parlarcene è un’esperta del la materia e docente di Italian Design Institute al Corso di Specializzazione in Augmented & Virtual Reality – Interior Design, Veronica Vecci, co-founder di AmbiensVR, piattaforma che porta la Realtà Virtuale nel mondo dell’Architettura e del Design, nominata tra le 10 Female Founders da tenere d’occhio in Italia nel 2018 e formatrice in ambito VR e modellazione 3D.

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“Il Covid-19 ha dato una spinta decisiva a tutto il mondo virtuale, non solo all’interno della aziende, ma anche nel mondo retail: secondo il U.S. Retail Index report 2020 di IBM, la pandemia ha accelerato il passaggio allo shopping digitale di circa cinque anni. Un esempio: l’impossibilità di recarsi personalmente negli store fisici e il divieto di testare i cosmetici campione solitamente presenti all’interno delle profumerie ha spinto anche le grandi aziende cosmetiche, in passato difficilmente associate a discorsi sullo sviluppo tecnologico, a promuovere app di realtà aumentata in grado di simulare l’applicazione dei propri prodotti. Il risultato? Engagement aumentato di 7 volte e 50 milioni di sfumature di fondotinta campionate”.
“Un processo simile può essere rilevato anche nel mondo del fashion: i test e le prove virtuali sono infatti un caso d’uso perfetto per misurare l’efficacia dell’AR nella vendita al dettaglio: consentono ai consumatori di visualizzare in anteprima i prodotti in scala 1:1 su di sé o all’interno delle proprie case e quindi di acquistare immediatamente il prodotto fisico
corrispondente”.

Non a caso i primi a muoversi in ambito retail sono stati i protagonisti del mondo dell’interior design: architetti, designer e progettisti in generale, hanno capito ben prima della pandemia quali fossero le potenzialità di queste nuove tecnologie. La possibilità di visualizzare il proprio progetto in anteprima e di discuterne assieme al cliente offrono un indiscusso vantaggio rispetto al rendering statico. IKEA è stata tra i primi a capirlo, introducendo una propria app brandizzata per l’arredamento virtuale. Se fino ad oggi tutto questo è stato parzialmente rallentato dai costi proibitivi e dalla scarsa diffusione dei dispositivi hardware, quello che una volta era solo un plus si appresta a divenire una costola essenziale per aziende e rivenditori di moltissimi settori”.

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