Quanto vale il settore del lusso nell’economia europea? Risponde a questa domanda uno studio finanziato da ECCIA (European cultural and creative industries alliance) l’organizzazione che riunisce le maggiori realtà del settore luxury di Italia, Spagna, Francia, Regno Unito e Germania. Il mercato dei prodotti di alta gamma vale 440 miliardi di euro ed equivale al 3% del PIL di tutto il vecchio continente. In ottica globale questo significa che circa il 70% del mercato planetario si trova in Europa.

Le stime danno il settore in crescita in tutti i paesi dell’Unione Europea con trend di lungo periodo che oscilleranno intorno al 10% annuo. Questo significa che nel 2020, secondo le proiezioni, l’industria del lusso dovrebbe arrivare ad un fatturato complessivo di 900 miliardi di euro l’anno e dare lavoro a più di 2,2 milioni di persone.

Il comparto del lusso è infatti uno di quelli che meno ha risentito della crisi finanziaria globale e di quella dell’area Euro, potendo contare sui tassi di crescita a due cifre dei paesi emergenti, Cina e India in testa, in cui si espande sempre di più una classe media con ottime capacità di spesa e grande propensione all’acquisto di prodotti status symbol.

In particolare nei prossimi cinque anni la Cina dovrebbe superare il Giappone e diventare il secondo paese più ricco al mondo in termini di PIL. Una buona notizia, dato che il consumo di beni di lusso da parte dei cinesi costituisce all’incirca il 30% del mercato europeo e dovrebbe continuare a crescere nei prossimi anni con tassi mediamente a due cifre. Un’ulteriore spinta alla crescita del settore verrà dalla diffusione dell’eCommerce anche nel luxury, che produrrà un aumento dei ricavi del 10% annuo in media, creando circa 200.000 nuovi posti di lavoro qualificati nei settori del marketing digitale e della logistica.

Per quanto riguarda la nautica appare chiaro come queste tendenze contribuiranno a rafforzare il successo dei brand italiani all’estero. Soprattutto per quei cantieri che negli ultimi anni, grazie alla crisi del comparto innescata da scellerate decisioni governative, ormai non sono più a capitale italiano. I nuovi proprietari, infatti, americani o cinesi che siano, hanno prontamente avviato l’internazionalizzazione commerciale dei brand di casa nostra, aumentando gli ordinativi e quindi il lavoro negli stabilimenti produttivi, che per oculata scelta operativa sono quasi tutti rimasti nella penisola.

I ventimila disoccupati che il governo Monti ha prodotto nel settore nautico nel biennio 2012-13 dovrebbero quindi rientrare tutti nei prossimi anni e si spera che altra occupazione specializzata potrà ulteriormente allargare le fila degli addetti del settore. Si tratta infatti di maestranze con un profilo professionale qualificato, incaricate di creare e commercializzare prodotti di alta qualità e altissima immagine, perseguendo quell’eccellenza creativa e realizzativa che si è sempre dimostrata una carta vincente per l’Italia e gli italiani.

Fonti: Luxuryintheworld.netCorrierecomunicazioni.it

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