“La stampa 3D rende economico creare singoli oggetti tanto quanto crearne migliaia e quindi mina le economie di scala. Essa potrebbe avere sul mondo un impatto così profondo come lo ebbe l’avvento della fabbrica… Proprio come nessuno avrebbe potuto predire l’impatto del motore a vapore nel 1750 — o della macchina da stampa nel 1450, o del transistor nel 1950 — è impossibile prevedere l’impatto a lungo termine della stampa 3D. Ma la tecnologia sta arrivando, ed è probabile che sovvertirà ogni campo che toccherà”.

Con questo lungo articolo pubblicato il 10 febbraio 2011 su The Economist cominciava l’era della stampa 3D. La tecnologia già esisteva da qualche anno ma la sua diffusione pubblica, il racconto delle sue immense possibilità e la suggestione nell’immaginario collettivo risalgono alla pubblicazione di quell’articolo. Cominciava ufficialmente la rivoluzione tridimensionale.

La stampa 3D è il ponte che collega il mondo digitale con il mondo fisico. Ogni immagine può diventare un modello CAD tridimensionale e quindi un file di istruzioni per una stampante 3D che, strato dopo strato, comincerà a creare l’oggetto, in una miriade di materiali possibili che vanno dal titanio allo zucchero, dalla bioplastica al legno. Si chiama produzione additiva ed è l’esatto opposto di quello che si è fatto finora.

Nella produzione industriale di grande serie prevale la produzione sottrattiva, si prendono cioè le materie prime e si scavano, togliendo il materiale superfluo fino ad avere la forma desiderata, un po’ come lavora uno scultore quando scolpisce una statua di marmo. Questo è molto oneroso, sia in termini di energia spesa che di materiale sprecato. La produzione additiva risolve entrambi questi problemi, consentendo di creare oggetti customizzati su singole necessità (ad esempio le protesi ossee) e la produzione su piccola scala di oggetti destinati ad un pubblico ben preciso (esempio: il manicotto del carburatore di una Triumph Bonneville del 1964). Si apre inoltre la strada alla creazione di oggetti prima impossibili da produrre con tecniche sottrattive e utensili tradizionali, oppure non standardizzabili per la produzione in catena di montaggio.

E qui entra in gioco l’altra faccia della medaglia, che ha trasformato questa innovazione tecnologica in una marea montante: il movimento internazionale dei makers. “Maker” è l’etichetta che definisce una tipologia umana, è l’artigiano digitale, l’inventore, lo “smanettone”, la persona insoddisfatta di quello che trova in commercio e desiderosa di modificarlo, renderlo migliore, adeguarlo alle proprie necessità. I maker sono gli hacker della realtà. Il movimento si basa sulla condivisione di software e hardware open source e su una visione dell’economia che non sia competitiva ma collaborativa, perché quando i vantaggi sono condivisi moltiplicano il loro effetto, producendo benessere per tutta la comunità.

La stampa 3D e il movimento maker sono i due protagonisti di un nuovo modello produttivo-organizzativo capace di generare innovazione dal basso, un modello che potrebbe cambiare il paradigma prima economico e poi politico del nostro mondo. In questo contesto rivoluzionario s’inserisce il nuovo master di Italian Design Institute dal titolo: “Be a Maker”, il primo corso di formazione in Italia che darà agli allievi tutti gli strumenti conoscitivi e pratici necessari per autocostruire, programmare e utilizzare una stampante 3D in modo professionale. Un percorso formativo inedito, a cavallo tra design, meccanica, elettronica e informatica, che vuol essere la fucina di una nuova classe di creativi all’avanguardia, i pionieri di un settore dalle infinite possibilità.

Qui potrai trovare maggiori informazioni sul nostro master “Be a maker”.

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