Nato in Germania, la famiglia si trasferisce a Roma nel 1940 e qui il ragazzo viene contagiato dalla passione per il mare. Già nel 1962 progetta e costruisce la sua prima barca, una canoa a bilanciere in compensato marino. Nel 1978 passa all’alluminio con il quale realizza le sue prime barche adatte alla navigazione oceanica. Nel 2000 costruisce il 9 metri Orso Grigio. Nel 2009 il 10 metri Orso Bianco.

La sua grande esperienza di navigazione, in solitario o quasi, negli oceani di tutto il mondo, ma soprattutto nell’oceano Indiano; unita a un’analisi statistica degli incidenti più frequenti che possono capitare ai velisti oceanici (rilevati e analizzati dalla guardia costiera USA) lo ha spinto verso una sua personale filosofia di navigazione, totalmente orientata alla sicurezza e quindi alla semplicità. Filosofia che racconta e spiega nel suo libro La mia barca sicura, un successo editoriale dal 2007.

Ernesto Tross

La filosofia di yacht design di Ernesto Tross in 10 punti

1 – Scafo e coperta in alluminio. Questo metallo è più resistente del legno ma pesa meno dell’acciaio. Inoltre è immune dalla ruggine. Da tenere in considerazione le correnti galvaniche, unico punto debole di questo materiale di costruzione.

2 – Costruzione dello scafo a doppio spigolo e con fondo piatto per facilitare il lavoro in cantiere (la saldatura dell’alluminio è leggermente più complessa di quella dell’acciaio).

3 – Lo scafo deve essere totalmente stagno. Osteriggi, oblò, tambuccio e qualsiasi apertura deve essere impermeabile. Anche l’albero, che sarà rigorosamente poggiato in coperta.

4 – Coperta flush deck, senza tuga. Su una barca di lunghezza intorno ai 10 metri non è indispensabile, per avere sufficiente altezza sotto coperta. Al limite si possono alzare un po’ le murate. La tuga è un elemento di debolezza della struttura. Se una grossa onda frange sulla barca la giunzione tuga-coperta può dare luogo a vie d’acqua. Per evitare scivolate accidentali l’alluminio della coperta deve essere zigrinato, come le passerelle dei ponteggi edili.

5 – Deriva mobile integrale. La chiglia fissa produce un effetto sgambetto quando una grossa onda arriva dal traverso e colpisce la murata della barca. In queste condizioni una barca con chiglia fissa può rovesciarsi. Una barca a deriva mobile invece tenderà semplicemente a scivolare di lato. La zavorra sarà costituita da pani di piombo rimovibili disposti nella sentina. In caso di necessità sarà possibile quindi alleggerire la barca.

6 – Deriva e timone realizzati in legno e con sistema retrattile a baionetta. In caso di urto con secche rocciose, barriere coralline ed oggetti semi-sommersi queste si rompono funzionando da fusibili e salvando così lo scafo. Sono facilmente riparabili o sostituibili.

7 – Prua con disegno piatto, meglio se a forma di T, come le portaerei. Facilita l’ormeggio in porto (che va fatto sempre di prua) e rende molto più semplice scendere sul molo, anche trasportando oggetti pesanti, biciclette e motorini, indispensabili per muoversi a terra.

8 – Niente randa. Quindi niente boma e nessun rischio di riceve forti colpi in testa all’improvviso. Il boma infatti è causa di un gran numero di traumi cranici tra i velisti. L’armo velico deve essere quindi così composto: albero molto arretrato, 2 paterazzi e 3 stralli. Sullo strallo più vicino all’albero si arma la tormentina (da usare con vento reale superiore ai 35 nodi); sul secondo il fiocco (per venti da 15 a 30 nodi); su quello più appruato un grande genoa rollabile o un gennaker con calza o frullone (in caso di venti sotto i 15 nodi).

9 – L’attrezzatura di coperta e le manovre fisse devono essere tutte sovradimensionate. Gli yacht designer tendono a progettare barche per le crociere costiere, leggere e veloci. Non hanno una chiara idea di quello che può succedere nell’oceano, quando una barca naviga a mille miglia da qualsiasi porto.

10 – Motore fuoribordo 4 tempi, preferibilmente Yamaha. In questo modo la manutenzione è più semplice e non ci sono prese a mare nello scafo. Per una barca di alluminio lunga 10 metri un 25 cavalli è più che sufficiente. Per calarlo in acqua (e issarlo quando non serve) basta una slitta a poppa e un paranco a quattro vie. Gli Yamaha sono i più affidabili, non a caso sono usati da tutti i pescatori, ad ogni latitudine e longitudine del pianeta.

Ernesto Tross

Le nostre considerazioni

Partiamo dalla premessa che le opinioni di Ernesto Tross sono rivolte al pubblico dei navigatori oceanici, un pubblico che conta qualche migliaio di persone in tutto il mondo. In questa ottica condividiamo totalmente gli argomenti circa la scelta del materiale di costruzione e il disegno dello scafo. Anche la scelta della deriva mobile integrale ci trova d’accordo.

Sul piano velico esprimiamo dei dubbi, perché una barca così disegnata, senza randa, avrà molte difficoltà a navigare di bolina. È vero, si tratta di un’andatura poco usata nella navigazione oceanica (Tross liquida la faccenda dicendo: “una barca seria non va mai di bolina”, intendendo dire che negli oceani si progettano i lunghi trasferimenti seguendo gli Alisei e navigando quindi con vento al lasco o di poppa) rimane il fatto che poter risalire il vento, anche per un tratto di qualche miglio, è un fattore di sicurezza, quando si ha una costa sottovento e una tempesta in arrivo.

Un’altra perplessità, più legata al comfort, ha a che vedere con la coperta in alluminio zigrinato, che renderebbe doloroso muoversi a piedi nudi. Navigare ai tropici dovendo indossare sempre scarpe da ginnastica sul ponte (come consiglia comunque di fare Tross) sarebbe una cosa davvero fastidiosa. Soprattutto per chi non vede l’ora di salire a bordo e dimenticarsi le scarpe in un gavone per tutto il tempo di una vacanza o di una traversata.

Per il resto si tratta sicuramente di una voce fuori dal coro, non omologata agli standard attuali dello yacht design, che merita di essere ascoltata e analizzata. Se non altro per capire che non esiste mai un solo modo di fare le cose e che l’esperienza reale è sempre la maestra migliore che ci sia.

Fonte: La mia barca sicura, Ernesto Tross – Edizioni Nutrimenti

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