Dopo ormai due mesi dall’inaugurazione e prossimi al via anche della Mostra del Cinema, si può già fare un bilancio della Biennale Architettura 2025 curata dall’architetto, urbanista e professore del MIT, Carlo Ratti. Un festival delle meraviglie del possibile, che chiama a raccolta coscienze e conoscenze di tutti per fare fronte comune contro le sfide del futuro, in primis il cambiamento climatico.
Se la kermesse – visitabile fino al 23 novembre, a Venezia – ha costituito terreno fertile per progetti collaterali come il catalano Water Parliaments, che immagina delle risposte possibili alle crisi idriche attuali e venture, lo si deve infatti alla sua intuizione e al suo invito all’azione. Ratti ci ha chiesto di guardare in faccia un domani che incute timore e di rispondere, uniti, per arginare gli stravolgimenti che interesseranno tutti noi in quello che Gaia Vince, nel suo omonimo libro-denuncia, definisce “secolo nomade”. Le risposte sono arrivate numerose.
Lo abbiamo raggiunto per commentare l’andamento della Mostra e riflettere con lui su alcune delle questioni che impegneranno futuri architetti e designer. E non solo.

Prof. Ratti, la Biennale Architettura 2025 è ormai nel pieno del suo percorso. Un’esperienza improntata all’innovazione e al futuro: c’è chi ricava caffè dall’acqua
lagunare, robot che collaborano con i microbi per edificare, un enorme potenziale. Può
parlarci brevemente di com’è nata l’ispirazione per questa edizione della mostra? Il suo
trascorso al MIT ha influito nel capire che questa era certamente la strada giusta?
La scintilla non è arrivata da robot, sensori o da un singolo progresso tecnologico. È nata da un senso
crescente di inadeguatezza della nostra professione. I modelli climatici cominciano a non reggere più. Le
temperature superano soglie che un tempo consideravamo lontane. Progettare per “minimizzare l’impatto”
ormai non basta più. Che cosa succede quando il danno è già avvenuto?
Da lì è nato tutto il resto. Abbiamo scelto il titolo Intelligens, una parola latina che contiene al suo
interno gens, pluralità. Un invito a pensare diversamente e a farlo insieme. Non solo attraverso intelligenza
artificiale o sistemi digitali, ma anche attingendo all’intelligenza naturale, alle pratiche indigene, ai saperi
condivisi. Abbiamo lavorato con scienziati, ma anche con cuochi, agricoltori, persone che “leggono” un luogo
senza strumenti digitali.
Il MIT ha avuto un ruolo importante nel plasmare il mio approccio. Ma potrei dire lo stesso dell’Università di
Cambridge, in Inghilterra, dove ero prima: uno dei luoghi più interdisciplinari al mondo. La cultura del
laboratorio, la contaminazione tra saperi, il metodo sperimentale. Questo ci ha portato a concepire la
Biennale non come esito ma come processo. Non un racconto chiuso, ma un esperimento in corso. Chi cerca
una mostra tipo MoMA o Guggenheim resterà deluso. Questa è una mostra per chi sa aprirsi alla curiosità e
alla scoperta di saperi diversi.
Quali sono le principali sfide che ha affrontato (o sta affrontando anche ora, in corso
d’opera) nella curatela di un evento di questa portata? In che modo ha cercato di rendere la
Biennale Architettura non solo un’occasione di riflessione, ma anche di azione per il futuro
dell’architettura?
L’azione può essere solo condivisa.
Per questo abbiamo deciso di aprire il processo curatoriale, per la prima volta nella storia della Biennale di
Venezia. Con Space for Ideas abbiamo lanciato una call pubblica, ricevendo molte più proposte di quanto ci
aspettassimo. Quel flusso è stato entusiasmante, ma anche rivelatore. Ha mostrato una fame diffusa, non solo
di riflessione sul futuro dell’architettura, ma di partecipazione attiva. Abbiamo cercato di mantenere vivo
quello spirito. La Biennale non è una collezione di risposte, ma un prototipo in funzione. Un luogo dove il
progetto diventa ricerca, dove i confini tra mostra ed esperimento si fanno porosi. In maniera analoga
funziona il programma Gens, che sta portando migliaia di persone in Biennale per discutere i temi in mostra:
architetti, professori, ma anche studenti e semplici cittadini.
In passato, esempi come quelli dati dall’Effetto Bilbao ci hanno dimostrato che
l’architettura può avere impatti notevoli sulle comunità, al punto che il contenitore comunica
più del contenuto. Secondo lei, questa disciplina può ancora influenzare profondamente la
nostra vita sociale e culturale o è destinata a diventare un qualcosa di più funzionale e
orientato all’efficienza?
Da alcuni anni siamo in dialogo con la città di Bilbao, che sta guardando al futuro. Il Guggenheim di Frank O.
Gehry ha avuto un grande impatto, ma che ormai si sta esaurendo. Credo che l’idea del gesto architettonico
capace da solo di trasformare una città sia superata.
Non è più tempo di creare “folies” architettoniche, a volte gratuite. La Torre Eiffel ha funzionato non perché
era decorativa, ma perché rappresentava un cambio radicale in materiali, tecnica e immaginazione. Se
vogliamo che l’architettura mantenga forza culturale, deve assorbire le urgenze del nostro tempo. Il
cambiamento climatico, ad esempio, non è solo un vincolo: è un punto di partenza. Ci obbliga a ripensare,
nel farlo apre spazio a nuove forme.

Nella sezione Out si riflette sull’esplorazione spaziale vista non come fuga da un pianeta
sempre più problematico, ma come direttrice verso il miglioramento. Quale immagina
possano essere le implicazioni di questa contaminazione, cosa potremmo imparare dal
mondo oltre orbita? Qualcosa in stile movimento metabolista giapponese o c’è di più?
L’idea dello spazio come via di fuga è un’idiozia. Lo scrive bene Lord Rees, astrofisico e professore a
Cambridge, in un testo per il catalogo: “È un’illusione pericolosa pensare che lo spazio offra una fuga dai
problemi della Terra. Dobbiamo risolverli qui. Affrontare il cambiamento climatico può sembrare arduo, ma
è una passeggiata rispetto al terraformare Marte. In nessun luogo del nostro sistema solare si trova un
ambiente tanto clemente quanto l’Antartide, il fondo degli oceani o la cima dell’Everest. Non esiste un
Pianeta B per le persone comuni, avverse al rischio. Dobbiamo custodire la nostra casa terrestre.”
Ma esplorare lo spazio ci permette di trovare nuove soluzioni. Molti strumenti di uso quotidiano, come le
immagini digitali, devono la loro scoperta alla missione Apollo nel secolo passato. Analogamente, progettare
per lo spazio ci spinge oltre i limiti normali qui sulla Terra.
Oltre all’aspetto tecnologico, l’esplorazione spaziale ci offre nuove prospettive per osservare la Terra con
lucidità. I satelliti, ad esempio, ci permettono di monitorare in tempo reale deforestazione, scioglimento dei
ghiacci, isole di calore. Non sono dati astratti, ma segnali di ritorno capaci di orientare il nostro modo di
progettare. Uno dei progetti in mostra, A Satellite Symphony, segue con immagini satellitari il percorso di
una tempesta nel Veneto e lo mette in relazione con materiali colpiti fisicamente, come il legno abbattuto
dalla tempesta Vaia. È questo tipo di sperimentazione che ci interessa.
Per quanto riguarda i metabolisti: non dobbiamo copiarli nella forma. Tuttavia, loro immaginavano città
come sistemi organici, flessibili. Oggi serve un approccio simile, ma su scala planetaria.

Lei ed Ed Glaser avete parlato di “Playground City” in un editoriale del 2023 sul New York
Times. Ha detto che non esiste città intelligente senza cittadinanza intelligente. Il concetto di
intelligenza, in questo caso tripartita (Naturale, Artificiale, Collettiva), torna centrale proprio
nella sua Biennale. Posto che saranno tutte parimenti importanti per le sfide del futuro, su
quale pensa che siamo più indietro e ci sia più lavoro da fare?
Oggi quando diciamo “intelligenza” tutti pensano subito all’IA, o peggio ancora a ChatGPT. È una visione
molto limitata. Sono strumenti utili, ma poco sofisticati se confrontati con l’intelligenza della natura. Partirei
da lì: abbiamo ancora molta strada da fare per progettare un edificio intelligente come un albero!
C’è però un altro aspetto fondamentale: l’integrazione. Oggi queste tre forme di intelligenza vivono separate.
Quella naturale appartiene all’ecologia, quale artificiale all’ingegneria, quella collettiva alla sociologia o alla
progettazione partecipata. Le vere svolte arrivano quando questi mondi si intersecano, quando un algoritmo
impara da una foresta, quando una comunità contribuisce a un dataset, quando il progetto diventa un
linguaggio condiviso tra codice, clima e cultura. È lì che si gioca il futuro.

Si è parlato più volte di biomateriali, di architettura dinamica. Come cambieranno secondo
lei le nostre case all’interno, dal punto di vista di gestione degli spazi o di arredamento
d’interni?
Le nostre vite stanno diventando sempre più flessibili. Non siamo più nella gabbia rigida del Novecento,
messa alla berlina dai film di Fantozzi. Oggi molti di noi possono usare la casa come ufficio per molte ore al
giorno, scegliere di andare in ufficio fuori dagli orari di punta, e così via.
Questa flessibilità dell’abitare porta con sé una flessibilità degli spazi. Lo vediamo già oggi, ma sarà sempre
più marcata in futuro. Lo spazio domestico diventa meno statico. Pareti, pavimenti, materiali: tutto può
adattarsi alla luce, alla temperatura, all’uso. La casa non più solo come involucro protettivo ma come
interfaccia.
L’esigenza di interdisciplinarietà nella progettazione del futuro sarà di certo uno dei lasciti
della Biennale Architettura 2025. Del resto, il mercato del lavoro ormai è estremamente
fluido e mutevole, profondamente instabile anche grazie agli impulsi dati dall’IA. Cosa si
sente di consigliare ai giovani professionisti e a chiunque intenda lavorare in questo ambito?
In che modo possono perfezionare la loro formazione per essere pronti a ciò che sta
arrivando?
Partirei da una conversazione nel film di Truffaut Jules et Jim, tra Jim e il suo professore Albert Sorel: «Ma
allora, cosa devo diventare?» — «Un curioso.» — «Non è un mestiere.» — «Non è ancora un mestiere.
Viaggia, scrivi, traduci. Impara a vivere ovunque. Inizia subito. Il futuro appartiene ai curiosi di
professione.»
Ecco, diventare curiosi di professione. Anche perché l’IA è l’opposto della curiosità: sa tutto, ma solo di ciò
che è già stato. Di fronte al nuovo viene colta in fallo – o, peggio, resta preda di allucinazioni.

