È morto Valentino Garavani e con la sua scomparsa, a poco più di quattro mesi da Armani, l’Italia perde un altro artista di quella haute couture che ha cambiato il mondo. C’è una foto celebre, scattata nel 1985 dalla giornalista Adriana Mulassano davanti all’Arco della Pace e poi traslata in post-produzione davanti al Duomo, che ritrae questa generazione unica, agli albori dei propri imperi. Di quel gruppo di artigiani di sogni oggi resta solo Paola Fendi, che ricorda con serenità i tempi andati e il garbo del collega.
L’arte di Valentino è tinta di rosso, quella particolare sfumatura a cui Pantone ha attribuito il codice 2035. In ogni sfilata, tra centinaia di creazioni, quella tonalità inconfondibile faceva la sua comparsa come una firma, un manifesto, una dichiarazione d’intenti. Il 19 gennaio 2026, a 93 anni, l’imperatore si è spento nella sua residenza romana e con lui se ne va un’intera concezione del bello, di eccentrico sfarzo, che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della moda.
Il colore come ossessione creativa
La storia del suo carminio inizia in un teatro di Barcellona. Valentino, ancora giovane, intravede tra gli spalti una signora che indossa un abito in velluto rosso. Un momento catartico, solenne, che si imprime nel suo estro con la potenza immaginifica di una visione sfolgorante. Quella donna svetta sul resto della scena come un’eroina romantica in un campo sbiadito, impossibile da ignorare come una nebulosa nello spazio profondo. Sembrava unica, isolata nel suo splendore, dirà poi lo stilista a Vogue. Quell’immagine diventa un’ispirazione che lo accompagna per tutta la vita. A partire dall’abito “Fiesta”, presentato nel 1959: in tulle, senza spalline, lungo fino al ginocchio, con rose voluminose sulla gonna.
“Amo la bellezza, non è colpa mia.“
Sarebbe riduttivo pensare a una singola tonalità. Negli anni Valentino ha esplorato infinite variazioni, dal bordeaux al fucsia, dall’arancio al rosso fuoco, adattando la sua tavolozza all’ispirazione del momento. Per lui, quel colore rappresenta l’opulenza e la bellezza, caratteristiche che cercava in ogni sua creazione. Vedere una donna vestita di rosso era per lui un sollievo, la certezza che l’eleganza avesse vinto. Un codice univoco di femminilità.
L’architettura dell’eleganza
Le sue creazioni sono architetture tessili dove ogni piega, ogni drappeggio, ogni dettaglio nasce da un progetto meticoloso. I suoi abiti da sera sono celebrazioni della forma femminile, costruiti attraverso una sapienza sartoriale che affonda le radici nella grande tradizione dell’alta moda italiana. Fiocchi, pizzi, drappeggi sono elementi strutturali di una narrazione visiva che racconta storie di donne che vogliono trasformarsi, trasfigurare.
L’ultima sua sfilata, nel gennaio 2008 al Museo Rodin di Parigi, è un congedo scenografico perfetto. Una processione scarlatta di modelle, con abiti dalle spalline asimmetriche che scivolano fino ai piedi. Il sigillo finale di un percorso lungo 45 anni, un testamento estetico.

Le muse e il jet-set
Valentino non veste semplicemente delle clienti, ma disegna per delle muse. Jacqueline Kennedy Onassis, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Sophia Loren: figure che incarnano un ideale di presenza e grazia che Valentino traduce in silhouette perfette. L’abito che crea per Scarlett Johansson ai Golden Globe del 2006 diventa iconico, così come quello fiabesco in tulle che Natalia Vodianova indossa per un evento benefico. Ogni creazione è pensata per rendere chi la indossa non solo bella, ma memorabile.
Nel 2007, per celebrare i 45 anni del marchio, Roma diventa il palcoscenico di una retrospettiva scenografica all’Ara Pacis. Oltre trecento abiti vengono esposti, ma la stanza principale viene dedicata esclusivamente a quelli rossi: un’installazione che trasforma il museo in un tempio dedicato al colore che ha definito la sua carriera. Quelle giornate romane, con sfilate tra le rovine imperiali e cene al Tempio di Venere, sono il riflesso di uno stile di vita dove arte, moda e mondanità si fondono in un’unica visione.
L’eredità oltre il fondatore
Quando Valentino lascia la direzione creativa nel 2008, l’azienda si deve confrontare con un’eredità monumentale. Il rosso, però, rimane. Alessandra Facchinetti prima, poi Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, e infine Alessandro Michele interpretano quel linguaggio cromatico secondo sensibilità diverse, con il sacro rispetto che si deve ad una reliquia. Piccioli è l’unico a tentare un rebranding, sostituendo il rosso con il “pink PP”, un rosa tra il fucsia e il rosa shocking. Un gesto di rottura profonda, ma necessario per riportare l’attenzione del pubblico più giovane sul marchio, senza tradirne l’anima.
Alessandro Michele, attuale direttore creativo, ha dichiarato che la prossima sfilata di alta sartoria a Parigi è stata studiata proprio pensando a Garavani e alle sue passioni: il cinema, il jet-set, la bellezza assoluta. Il rosso è tornato, insieme agli archivi storici del marchio, in una ricerca che tenta di riconciliare tradizione e contemporaneità.
Un manifesto del bello
In un’epoca dominata dal minimalismo e dalla velocità, Valentino è rimasto fedele a una visione del bello come valore supremo. I suoi abiti rimangono dichiarazioni estetiche che sfidano l’effimero. Una moda che può essere audace e opulenta, sfarzosa e romantica, sempre incarnando immancabilmente l’essenza del fascino più seducente.
Il mondo del design perde uno dei suoi ultimi grandi narratori, capace di trasformare il tessuto in emozione e la moda in arte. La sua lezione resta impressa non solo negli archivi della sua maison, ma nella memoria collettiva di chiunque creda che la bellezza, quella vera, sia un atto di resistenza contro il tempo che passa.

